La trasposizione cinematografica di un’opera letteraria non è sempre facile. L’aspetto visivo, verbale che ci offre un film è diverso da quello puramente descrittivo di un libro. Un buon regista è quindi colui che sa fin dall’inizio che non sarà mai in grado di creare un opera fedele al libro ma magari, traendone degli spunti, offrirà allo spettatore un film che solo in parte somiglierà all’opera originaria ma non per questo sarà peggiore o migliore di essa.
Di questo film saltano subito all’occhio alcune cose fondamentali: l’aspetto poetico, colto raffinato rimane tutto, così come il significato che la regista vuole attribuire ai vari personaggi anche quelli minori. Nel film la protagonista, la scontrosa portinaia Renée, rispetto al libro è più che brutta trasandata e, come nel libro, per una precisa scelta strategica, continua a nascondersi al mondo esterno mostrandosi per ciò che non è. Grazie all’interpretazione magistrale della bravissima attrice Josiane Balasko, un poco alla volta veniamo a sapere che ama l’arte, la musica la filosofia e le arti orientali mentre ci vengono risparmiate le tirate filosofiche che riempiono pagine e pagine del libro. Un limite rispetto al libro? Non direi. Piuttosto la scelta di far parlare le immagini che riescono a dire cose forse diverse ma altrettanto significative e a tutti comprensibili, cosa che non accade sempre nel libro. Originale l’idea di far lasciar a Paloma, l’altra protagonista, interpretata dalla brava e graziosissima Garance Le Guillermic, il suo diario per farle invece riprendere la realtà attraverso una vecchia videocamera.
Le immagini che saprà cogliere (bella l’idea “vedere” le persone attraverso i bicchieri) ci mostrano un mondo falso, grottesco di cui fa parte la sua famiglia dove la ricchezza ed il perbenismo non danno certo la felicità. In più, rispetto al libro, Paloma disegna magistralmente donandoci delle splendide immagini in bianco e nero che, poeticamente, prendono vita da sole muovendosi verso mondi immaginari dove il sogno prevale sulla realtà. Gli odiosi abitanti del palazzo ricordano mirabilmente quelli del libro, come gli ambienti eleganti ma vuoti che contrastano nettamente con lo squallore della casa di Renée la donna invisibile a cui tutti chiedono ma di cui ignorano qualsiasi cosa e di cui solo Paloma scoprirà la “stanza segreta” e le donerà un disegno tridimensionale che la riprenderà nella sua poltrona sommersa dai libri con in braccio l’adorato gatto Lev (come Tolstoj). Fedelissimo al libro è poi il gentiluomo Giapponese Ozu Kakuro, l’attore giapponese Togo Igawa, ancora più dolce e tenero di quanto la nostra fantasia avrebbe potuto immaginare. Visibile fisicamente poi durante il film la trasformazione di Renée che comincia ad essere più bella sia dentro che fuori.
La fine è quella che tutti sappiamo: quando Renée sarà pronta ad amare morirà a causa di un incidente e così salverà Paloma che desisterà dal suo desiderio di suicidarsi capendo il vero significato e l’importanza della vita. Anche in questo nessuna retorica o desiderio di approfondimento rispetto al libro: la morte parla da sola.
Coraggiosa, la giovane ventottenne regista Mona Achache che, con solo due lungometraggi e un documentario alla spalle, si é occupata anche della sceneggiatura del film.
Il compito affidatole è stato brillantemente superato ed un libro poco cinematografico si è trasformato in un film che forse, col tempo, ricorderemo per il suo contenuto poetico con più tenerezza del libro.
IL RICCIO
Un film di Mona Achache. Con Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet, Ariane Ascaride.- Francia, Italia 2009. Tratto dal film L’ELEGANZA DEL RICCIO di Muriel Barbery
Il libro “L’eleganza del Riccio” è recensito, sempre da Tania Maffei, sul nostro Blog Novel-Book.
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