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Clint Eastwood colpisce ancora! di Ivan Isaak
Da quando fu lanciato nel circuito del grande cinema dal grande regista Sergio Leone, Clint Eastwood è diventato famoso sia come attore e soprattutto come regista. Interpretando sia ruoli più “leggeri”, come quello dell’ispettore Callaghan, sia ruoli molto impegnativi come ad esempio quello di Joe Kidd nell’omonimo film di John Sturges. Ora Clint Eastwood è anche regista dal 1971 quando diresse Brivido nella notte; da allora il Grande Clint, come è stato definito dalla rivista Times, ha incamerato un successo dopo l’altro. Oltre a capolavori come Gli spietati, definito l’ultimo grande western, del 1992 o Potere Assoluto del 1997, Eastwood ha anche diretto ed interpretato film minori, come Gunny o Debito di Sangue, rispettivamente del 1986 e del 2002, ma comunque erano buone pellicole.
Tuttavia dal 2003, vale a dire da quando diresse il film Mystic River, tratto dal romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane, ha diretto un capolavoro dietro l’altro, come Flags of our Fathers, per citarne uno.
Ora il 26 febbraio 2010 è uscito nelle sale italiane il suo ultimo capolavoro, Invictus-L’invicibile.
La storia è ambientata in Sudafrica, nel periodo immediatamente successivo alla caduta dell’apartheid e all’insediamento di Nelson Mandela (Morgan Freeman) come presidente. Appena entrato in carica, Mandela si pone l’obiettivo di riappacificare la popolazione del paese, ancora divisa dall’odio fra i neri e i bianchi afrikaner. Simbolo di questa spaccatura diventa la nazionale di rugby degli Springbok, simbolo dell’orgoglio afrikaner e detestata dai neri, che però proprio in seguito alla caduta del regime dell’apartheid viene riammessa nelle competizioni internazionali dopo un boicottaggio di circa un decennio.
In vista della Coppa del Mondo del 1995, ospitata proprio dal Sudafrica, Mandela si interessa alle sorti della squadra, con la speranza che una eventuale vittoria contribuisca a rafforzare l’orgoglio nazionale e lo spirito di unità del paese. In particolare, entra in contatto con il capitano Francois Pienaar (Matt Damon), facendogli capire l’importanza politica della incombente competizione sportiva. Questa frequentazione fra Pienaar e Mandela dà inizio a una serie di eventi che rafforzano il morale degli Springboks (reduci da un lungo periodo di sconfitte) e li conducono fino a una insperata vittoria in finale contro i temibili All Blacks. Il successo della nazionale diventa simbolo della grandezza della neonata “Rainbow Nation“.
Il film dura esattamente 133 minuti, tuttavia non ci si fa assolutamente caso. La storia scorre giù come un bicchiere d’acqua, la sceneggiatura è solida è le partite di rugby sono riprese come fossero delle vere e proprie battaglie, perché si tratta di una guerra contro l’odio e l’intolleranza, che però, grazie allo sport, quindi al gioco di squadra, le incomprensioni possono essere superate.
Il film è molto interessante anche perché i film precedenti sull’apartheid e sugli anni seguenti o erano ambientati prima della liberazione e dell’elezione di Nelson Mandela come presidente, oppure sono film molto particolari che raccontano questo terribile frammento si storia nascondendolo sotto una storia di fantasia, basti pensare a District 9 del sudafricano Neil Blomkamp.
Ma chi colpisce di più e la straordinaria interpretazione degli interpreti principali, cioè Morgan Freeman nel ruolo del presidente Mandela e Matt Damon in quello di Francois Pieenar, il capitano della squadra di rugby, a suo agio in ruolo non d’azione, ma è comunque molto bravo e questa grande interpretazione serve a far dimenticare quelle moto insipide della serie di Jason Bourne.
Insomma per i fan di Clint Eastwood è un film assolutamente imperdibile, per chi non lo fosse rimane comunque un capolavoro che rimarrà nella storia del cinema.
Ivan Isaak per Mag-Movie
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